
Sul pullman per L'Aquila incontro un tecnico che lavora nei laboratori sotterranei del Gran Sasso; descrive Giuliani (quello che aveva previsto il terremoto) come Suo collega perchè lavoravano negli stessi spazi seppur su programmi scientifici completamente diversi e seppur avendo condiviso con lui solo qualche battuta ogni tanto:
“...triste e vergognoso che i BARONI italiani non abbiano il coraggio di fare scelte che vadano aldilà della difesa del loro piccolo orticello; lui aveva avvertito tutti, aveva dato la possibilità a quelli che possono decidere di salvare delle vite umane, ma niente è stato fatto..., tranne denunciarlo e prenderne le distanze...”, con amara tristezza condivido ogni sua considerazione sull'intera classe dirigente italiana.
Decisioni colpevolmente non prese per salvare vite, oltrechè un'opportunità scientifica che non verrà approfondita in futuro perchè significherebbe ammettere di aver sbagliato (ma costoro dormiranno sonni tranquilli con tutte quelle persone sulla coscienza? non perdo la speranza di vederli in galera).
Aggiunge:
“ma questa è la nostra vecchia classe dirigente, io confido nei giovani italiani...”, vorrei condividere anche questo ma non riesco...


Arrivo in città, cammino con lo zaino in spalla per le vie fuori dalle mura storiche, piano piano mi rendo conto di cosa rende strane quelle strade: nessuno vi cammina, e nessuno vi abita; una città fantasma, centinaia di palazzi completamente disabitati, comincio a capire.
Invece si vedono migliaia di veicoli dei pompieri, delle protezioni civili di ogni dove, di polizia, esercito, carabinieri, finanza, corpo forestale, croce rossa, vigili urbani....
Entro nel primo campo, le divise coloratissime della protezione civile sono ovunque, forse sono più degli sfollati.
Le bellissime grandi tende blu sono ordinatamente divise da vicoli chiamati
“via della speranza, via della ricostruzione, via dell'ottimismo”.

Si mangia bene, i sorrisi dei ragazzi volontari sono rassicuranti, l'organizzazione è perfetta.
Ma ci sono dei però.
In un altro campo, un giovane medico Aquilano accorso da Milano, dove attualmente lavora dice:
“i primi due giorni erano l'inferno, sembrava di stare in guerra, non c'era niente, i medici erano introvabili, l'organizzazione inesistente; i soccorsi sono arrivati immediatamente ma nessuno sapeva cosa fare. Un medico di base della città ha preso in mano la situazione (ed infatti ieri è stato chiamato a Roma dal Ministero); ma dov'erano e dove sono gli altri medici della città? e soprattutto dove sono i vertici della struttura sanitaria locale?”.
Nel campo dove dormo, dopo più di 10 giorni le docce ancora non funzionano, e nessuno sa dire quando succederà.
All'asilo dove è stata trasferita una parte della struttura comunale, un giovane architetto improvvisatosi parte del team di prima emergenza dice
“dalle prime ore è cominciato ad arrivare di tutto, ma niente era preparato ed organizzato, neppure dalla protezione civile; otto camion pieni di carne sono rimasti giorni interi sull'autostrada, nessuno sapeva dove stoccarli...”.
Mentre le ore passano comincio a capire alcune cose di questa gente, fiera, dura, che non molla, ma soprattutto molto ironica, le battute sulla loro tragedia si sprecano; i giovani tra loro si chiamano
“terremotati di merda”.

Altri giovani alla sera davanti alle salsicce cucinate in un giardino, si domandano tra loro:
“perchè la casa della mia vicina, costruita e comprata due anni fa per centinaia di migliaia di euro è crollata?”, “perchè tutti i palazzi del ventennio fascista sono intatti?”, “chi ha autorizzato il rifacimento di alcuni tetti che hanno sfasciato la struttura sottostante?”, “sentivamo da dicembre le scosse, ma nessuno era preparato, perchè?”, domande che non avranno risposta.
Nessuno rientra nella case, molti dormono nelle tendopoli, molti sulla costa, molti nella tenda in giardino, e di notte fa freddo; c'è paura evidente, consapevolezza della tragedia, ironia e voglia di ripartire, le attività riaprono.
Un gruppo di persone mi racconta dei funerali di Stato:
“la gente piangeva, pochi applausi per i discorsi del vescovo e del segretario personale del Papa, le solite parole di circostanza, l'unico che ha suscitato gli applausi di tutti è stato l'Imam...si, credimi (ribattono altri intorno, vedendomi visibilmente stupito) è l'unico che ha usato parole vere, sentite...”.
Riparto, mi dicono:
“siamo enormemente riconoscenti per l'aiuto arrivato da tutta Italia, speriamo che tra due mesi, quando i riflettori saranno spenti, non ci dimentichino”.
Si, speriamo.