Esco da una “tre giorni” alquanto dura dal punto di vista fisico e mentale.
Non capita quasi mai che arrivino gruppi molto numerosi dalla frontiera, di solito è come un gocciolìo continuo.
L'altro giorno invece sono arrivate qui, dopo aver passato la frontiera, circa 400 persone in un colpo solo; altre 300 in un altra zona di frontiera; subito si è capito non si trattasse di un avvenimento normale, per la numerosità, e per la anomala composizione dei gruppi: in stragrande maggioranza uomini; come già accaduto un mese fa in un' altra parte del confine, sulla costa, si tratta infatti di una iniziativa che vuole fare pressione sui governi, in particolare su quello colombiano. Ci si è mossi un pò tutti qui, esercito, polizia, gobernacion, defensa civil, la iglesia, le ong e noi.
La gente è stata messa temporaneamente nella cattedrale (trattasi in realtà di una chiesetta mai terminata), da dove all'inizio non volevano muoversi, volevano solo parlare con i rappresentanti della chiesa (che li “appoggia apertamente”), cosicchè hanno trascorso la prima notte lì. Il giorno dopo però, anche per l'intervento sempre più deciso delle autorità, li abbiamo trasportati nel centro di accoglienza appositamente predisposto per queste emergenze.

(Nella foto: la gente viene fatta scendere dai camion militari per entrare nella struttura di accoglienza)
Nel frattempo altre persone, quelle che riuscivano a sfuggire ai controlli di frontiera (diventati improvvisamente massici), continuavano ad arrivare.
Si tratta di campesinos, quasi sicuramente dediti alla coltivazione della coca, principale, se non unico, mezzo di sostentamento della zona da cui vengono.
Camminando in mezzo a loro, ti colpisce la loro tranquillità, la loro normalità, a volte il loro sguardo duro, quasi di minaccia. Ti colpisce anche la preparazione e la cultura dei loro rappresentanti. Difficile dire se tra loro ci sia gente poco raccomandabile, io non riesco a pensarlo. Ascoltando le loro rivendicazioni cerchi di immaginare com'è la situazione dall'altra parte del confine; ti sforzi ma non riesci, senti i loro soliti racconti di uccisioni, torture e minacce, ma non riesci ad immedesimarti; ti fai venire dei dubbi sulla veridicità di quello che ascolti, perchè stenti a crederci, ma poi ti rassegni, è tutto vero, il dramma esiste ed è gravissimo. Denunciano l'intervento massiccio ed omicida dell'esercito colombiano, sono qui per richiamare l'attenzione dei loro “hermanos ecuatorianos” e del mondo intero. Quel mondo che ignora il problema, perchè nessuno ne parla o perchè fa finta di niente; la regione da cui vengono si chiama Putumayo ed è da sempre caratterizzata dalla presenza di guerriglieri e di coltivazioni di cocaina ma negli ultimi tempi dicono che la situazione sia peggiorata per l'intervento dell'esercito; difficile districarsi e dare torti e ragioni, sicuramente una parte della popolazione è coinvolta con guerriglia e paramilitari ma altrettanto sicuramente esiste un'altra grande parte che subisce senza ragioni.
Se si chiede a Quito del “problema fronterizo”, ti rispondono tutti che ormai la situazione è tranquilla, e sembra che lo stesso pensi la maggioranza della gente di Bogotà; figuriamoci in Europa.
Nel frattempo lo spiegamento di forze di polizia e dell'esercito è impressionante, nel frattempo il problema diventa nazionale, nel frattempo arriva una autorevole delegazione del governo, nel frattempo le richieste dei campesinos sono ovviamente negate...volevano una marcia per le strade, volevano una conferenza stampa, volevano insomma farsi vedere e sentire...
Assistiamo (a mezzogiorno in piedi sotto un pergolato con un caldo insopportabile) alla lunga trattativa tra i dirigenti del gruppo (alcuni coltissimi e preparati) e la delegazione del governo; alla fine, senza alternative, accettano le strette regole governative di un paese che li sta “ospitando” temporaneamente ma che li accetta solo se chiedono “rifugio” e non permette “rivendicazioni politiche” riguardanti altri paesi sul proprio territorio, insomma una presenza ingombrante.
Li guardo negli occhi e divento triste oltre che perplesso....Che sarà di loro? Domani tornano nel loro paese, che dichiarano di amare e di non volere abbandonare, e rischieranno la propria vita molto più di prima; quanti sopravviveranno? Guardo le loro reazioni, composte ed educate, di persone intelligenti che sapevano potesse finire così, guardo i loro visi apparentemente sereni come prima.
E poi penso alla decisione del governo, sicuramente logica e difficile da criticare alla luce della politica mondiale; e penso a chissà quali altre interferenze “internazionali” ci siano state dietro questa decisione...
E penso al nostro ruolo, di assistenza ed aiuto umanitario ovviamente esplicato, oltre al quale però non si può andare perchè questa gente non ricade sotto il nostro mandato.
Mi rimangono dubbi, perplessità, domande senza risposta, e colpevoli apparentemente inesistenti.
Non so che dire, non so che pensare.
Oggi sono ripartiti, ancora sereni, ringraziando tutti (di cosa, non l'ho capito), su tanti bus, scortati da forze di polizia ed esercito in assetto di guerra.

Nella foto: in fila per ripartire sui pulmann).
L'esperienza straordinaria sulla gestione di emergenze fatta in questi giorni, che è poi il motivo principale per cui sono qui, passa in secondo piano; i visi, le espressioni ed i discorsi dei campesinos prevalgono su tutto.



4 commenti:
13 Ottobre 2007 - 14:14
Ciao Andrè, una domanda mi passa spontanea, la esprimo.. tu come stai? Come ti trovi ad affrontare queste situazioni? Ti prende male? Ti senti forte? Riesci a rimanere un pò distaccato? Ti manca casa? Sei felice della scelta che hai fatto? Hai trovato qualcuno che può candidarsi a diventare tuo amico? E' ancora tutto extra-ordinario o stai cominciando ad abituarti?Insomma....facci sapere, immagino di non essere solo io a domandarmi... Un abbraccio grande.
13 Ottobre 2007 - 14:15
Per fortuna che era UNA domanda.
:D
13 Ottobre 2007 - 18:49
Ok, provo a rispondere: io sto bene, il che non vuol dire che non si provino gli alti e i bassi che tutti viviamo sempre; si rimane gli stessi, a milano centro come a Lago, con un'unica differenza: qui i problemi che incontri (siano essi della tua vita quotidiana o di quella della povera gente che incontri) non ti danno possibilità di pensare alle cose inutili a cui spesso si pensa nella milano centro. La straordinarietà di questa esperienza consiste nel potersi rendere conto di quanto piccolo e parziale sia il nostro punto di vista.
Credo di riuscire ad affrontare le situazioni serenamente, con la consapevolezza (fondamentale) che le cose non cambieranno un granchè ma che anche un piccolissimo contributo possa essere determinante; vuol dire sentirsi forte, distaccato? non so, forse.
In due mesi gli stati d'animo sono cambiati spesso, tra novità, "felicità", tristezza, noia, esuberanza, che riassunti forse determinano una certa abitudine a questi luoghi che continuano a piacermi; ho una "casa" qui, che finora non mi ha fatto mancare quella di origine, ma che non ha ancora determinato gli affetti e le amicizie che so di avere lì....
Grazie per la domanda!
15 Ottobre 2007 - 12:12
Bene, mi sembri equilibrato :D
Ovvio che gli affetti di una vita non si possono essere 'determinati' altrove in qualche mese, credo che gli affetti (quelli al plurale) restino sempre a casa... ma poi si possono aggiungere amicizie se non amori.
Ti abbraccio stretto stretto, lo senti?
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