Oggi scrivo di un tema di cui non mi occupo per lavoro ma che qui non può passare inosservato: il petrolio. La cittadina di Lago Agrio si è sviluppata in questi decenni proprio come base per lo sfruttamento degli enormi giacimenti presenti in questa zona amazzonica. Qui in città e nei dintorni esistono varie “cittadelle” superprotette dove le aziende nazionali o multinazionali svolgono le proprie attività. Anche la presenza dell'aeroporto è probabilmente dovuta ai massicci flussi di operatori stranieri del settore, che addirittura noleggiano interi aerei per i loro spostamenti. Gli oleodotti: in aggiunta a quello già esistente dal 1972 (SOTE, costruito dalla Texaco e già fonte di enormi danni ambientali), nel 2001 iniziò la costruzione di un secondo oleodotto (OCP, Oleoducto Crudos Pesados) da parte di un consorzio di aziende multinazionali (tra cui “una” italiana...) e finanziato da varie banche (tra cui “una” italiana...). Si tratta di un serpente lungo più di 500 km, che collega queste meravigliose e fragili aree naturali alla costa dell'oceano pacifico e che ha ampliato moltissimo le zone di estrazione intaccando foreste fino ad allora intatte (compreso parchi naturali) ed abitate spesso solo da indigeni. Negli anni seguenti le proteste sono state notevoli, con arresti, feriti e morti. Ma i lavori sono ovviamente terminati e l'oleodotto è oggi visibile nella sua orrenda maestosità quasi ovunque nelle strade che si percorrono quotidianamente.

I danni ambientali, umani, culturali e sociali da esso prodotti sembrano essere enormi, ed infatti alcuni processi sono in corso. Nel 2005 una gigantesca fuga di petrolio ha inquinato parte della riserva naturale di Cuyabeno, meraviglioso parco protetto a poca distanza da qui che per le sue caratteristiche naturali e per l'alta biodiversità (qui vivono più di mille specie diverse di pesci, uccelli, anfibi e rettili) è considerata tra le zone naturalistiche più importanti al mondo. Sono gli effetti degli esagerati consumi energetici di una parte (piccola) degli abitanti del globo (nel caso specifico gli USA a cui è destinato più della metà del petrolio estratto qui, ma naturalmente il discorso vale anche per noi europei). Negli anni altri incidenti con conseguenze incalcolabili sono avvenuti nella zona.Le popolazioni locali e indigene sono state spesso private delle loro risorse e del loro habitat. Su internet ho trovato una dichiarazione di una donna indigena Huaorani: “Siamo un popolo di 2.500 persone e viviamo nel nostro territorio ancestrale che si estende per 672.000 ettari. Nei nostri boschi ci consideriamo ricchi. Abbiamo cibo, medicine e tutto quello di cui abbiamo bisogno per vivere bene e con dignità. Prima di entrare in contatto con la cosiddetta civilizzazione non conoscevamo la povertà. Poi tutto è cambiato. Da quando i nostri territori vengono invasi dalle compagnie petrolifere e del legname, i nostri boschi sono distrutti e l’acqua scarseggia. Il nostro cibo si sta contaminando, i nostri figli si ammalano, le imprese rubano le nostre risorse e noi soffriamo di stenti". Credo si commenti da sola!Anche gli interessi italiani sono sul banco degli imputati per le devastazioni sociali e ambientali dell’Amazzonia ma ovviamente sono in buona compagnia.



1 commento:
21 Settembre 2007 - 14:39
bleah! non so commentare.
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